CRISTIANI   Nelle mani del Padre

Noi crediamo unicamente in Gesù Cristo unigenito Figlio di Dio,
unica VIA, VERITA' e VITA e nostro unico SALVATORE.

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COSA SIGNIFICA ESSERE CRISTIANO

Ultimo Aggiornamento: 12/01/2016 19:25
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12/01/2016 19:12
 
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Cosa  significa essere Cristiani


di  ROBERTO BRACCO



INDICE


Introduzione
Conoscere Cristo
Giustificazione
Nuova nascita
Pace e gioia
Speranza e fede
Amore
Offerta
Vita sociale e familiare
Testimonianza

 

Il  nostro secolo è il secolo delle imitazioni e dei surrogati. Sembra che lo sforzo  scientifico sia teso alla sostituzione dell'autentico con il falso, dell'originale  con la copia.

Questo  programma di ampio respiro include, nel suo sviluppo, tutte le realtà della vita  non facendo eccezione neanche per le realtà morali e spirituali.

La  morale sana, permeata di timore di Dio e di rettitudine sociale, viene ogni giorno  surrogata da una pacifica convivenza che è tutta infingimenti e ipocrisie e la  spiritualità pura ed elevata viene quotidianamente sostituita da un vuoto formalismo  religioso che si esaurisce in una liturgia priva di significato.

In  un mondo che ha elevato questo programma a sistema di vita; in un mondo dove il  luccichio dei diamanti ed il brillare dell'oro suscitano le più legittime diffidenze,  la domanda che noi solleviamo rappresenta il più naturale degli interrogativi:  sei cristiano?

È  una domanda impegnativa che esige una risposta franca e precisa e non per soddisfare  chi ha posto l'interrogativo, ma per illuminare coloro che hanno l'eroismo di  accettare la domanda.

A coloro  che non amano distinguere fra il vero e il falso la domanda sembrerà superflua  od inopportuna, ma ai pochi che ancora bramano possedere la verità nel senso più  elevato del termine, la domanda, non soltanto apparirà logica ed attuale, ma apparirà  anche come una favorevole opportunità per cercare la verità in loro stessi.

Quindi,  le pagine di questo volume non s'indirizzano a tutti, ma soltanto a quei credenti  che desiderano spezzare le catene dell'illusione e dell'inganno per conquistare  la libertà dello spirito che si respira nel vero cristianesimo.



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CONOSCERE  CRISTO

Cristiano  vuol dire “seguace di Cristo” o, come si dice più comunemente, “discepolo di Cristo”.


Non si  può essere discepolo di un Maestro senza conoscerlo e perciò non si può essere  cristiani senza conoscere Cristo.


Il discepolo  è colui che segue gli insegnamenti del Maestro; quando gli insegnamenti di un  Maestro rappresentano anche la sua vita, il discepolo diventa l'imitatore perfetto  del Maestro.


Per essere  cristiani, cioè allievi di Gesù ed imitatori di Gesù, bisogna conoscere il Maestro:  bisogna conoscere il suo ammaestramento che è lo stesso che dire: bisogna conoscere  la sua vita perché in Gesù ammaestramento e vita rappresentano la medesima cosa.


La conoscenza  di Gesù sarà completata soltanto nell'eternità, ma soltanto coloro che hanno incominciato  a penetrarla quaggiù possono essere definiti suoi discepoli.


Se un  individuo non ha incontrato Cristo, non ha veduto Cristo, non ha udito Cristo,  non può neanche dichiararsi discepolo di Cristo. Egli può anche essere un ammiratore  entusiasta dell'eminente personalità del figliuolo di Dio, ma non può assolutamente  pretendere di essere suo discepolo.


Quindi  la domanda "sei Cristiano?" può essere sostituita da un'altra: conosci Cristo?


Naturalmente,  la risposta non può evadere la realtà perché abbiamo già precisato che conoscere  Cristo significa aver avuto un incontro con Lui e aver stretto una relazione con  Lui.


Coloro  che lo conoscono attraverso le biografie semplicemente in conseguenza di quello  che si dice di Cristo, non lo conoscono affatto. Possono anche aver lette le cose  più belle riguardanti la Sua vita e possono aver udito centinaia di sermoni intorno  a Lui ma se non Lo hanno incontrato personalmente se non Lo hanno udito con i  loro orecchi e non Lo hanno veduto con i propri occhi non lo conoscono, e perciò  non possono dichiarare di essere cristiani.


Purtroppo  molti si accontentano della  “conoscenza” degli altri e vivono in una pigrizia  spirituale che offre loro  “una forma religiosa”, ma nasconde irrimediabilmente  il vero cristianesimo. Essere membri di una comunità cristiana o appartenere ad  una famiglia cristiana può dare  “l'illusione” di essere cristiani, ma in  realtà non rappresenta affatto una garanzia di salvezza perché, anche se coloro  che ci circondano hanno  “conosciuto Cristo”, noi non possiamo dichiararci  cristiani fino a tanto che non esperimentiamo una conoscenza diretta e personale.


Ai profani,  e forse a quanti non hanno ancora fatta una personale esperienza cristiana, il  concetto di un incontro con Cristo e di una conoscenza di Cristo può risultare  incomprensibile. Vogliamo perciò precisare che noi consideriamo Cristo non come  una idea astratta, ma come una “persona reale” e quindi non come una realtà  ideale che può essere conquistata soltanto intellettualmente, ma come una realtà  spirituale che può essere pienamente partecipata con tutta la personalità umana.


Cristo  è l'eterno figlio di Dio che è apparso nel mondo per la salvezza del genere umano  e che perciò si è manifestato in carne per essere l'unico mediatore fra gli uomini  e il Padre. Vero uomo e vero Dio, è stato ed è il termine di mediazione, il tratto  di unione fra il cielo e la terra. Egli però non è soltanto il tratto di unione  fra  “gli uomini” e “Dio” ma è la mediazione fra  “ogni uomo” e il “Padre”.   Non è soltanto il Salvatore del mondo, ma è il Salvatore di ogni uomo che viene  nel mondo.


Ogni individuo  perciò deve fare la sua personale conoscenza e deve costituirlo “il proprio” mediatore  e il  “proprio” Salvatore.


Egli è  una persona vivente e può essere incontrato, può essere conosciuto proprio come qualsiasi “persona”  può essere realmente incontrata e conosciuta.


Egli vede,  ode, ed Egli parla, tocca, si manifesta...  “è una persona” e quindi non  deve essere considerato come se fosse soltanto “un'idea”.


L'individuo  che si professa cristiano, ma ha conosciuto Cristo esclusivamente come  “idea”  e non lo ha incontrato come persona, si trova ancora molto lontano dal vero cristianesimo  il quale non è fondato su un'idea, ma su una persona.


L'esperienza  genuina del credente è soltanto quella che gli permette di dire: - Ho incontrato  Cristo; l'ho chiaramente veduto con l'occhio spirituale; ho distintamente udita  la Sua voce e sentita la Sua mano.


E' un  incontro che avviene mediante le pagine dell'Evangelo, ma si verifica fuori di  esse; è un incontro che non ha nessuna relazione con quanto intellettualmente  si conosce di Cristo.


In altre  parole, l'individuo che incontra Cristo non loincontra nel senso che quello  che egli sa di Lui diventa più chiaro nella sua mente o che quello che ha letto  di Lui nelle pagine dell'Evangelo acquista un più profondo significato nella sua  coscienza, no! Lo incontra nel significato preciso di questa parola attraverso  un reale contatto fra Cristo  “persona” divina e la sua anima desiderosa  di luce e di grazia.


L'incontro  è colloquio, è contemplazione, è passione. L'incontro è conoscenza positiva di  quel Cristo che si conosceva come idea o del quale, forse, si era udito parlare  o si erano studiati i dettagli biografici, ma che rimaneva purtroppo una realtà  sconosciuta e distante.


Il vero  cristiano, cioè colui che ha incontrato Cristo, che ha conosciuto Cristo, può  testimoniare di quest'incontro sopranaturale e può dire con forza che nonostante  esso si sia verificato fuori dei sensi umani, è stato un incontro reale e positivo.


Gli occhi,  gli orecchi, le mani dell'uomo non sono necessarie per vedere, udire e toccare  Cristo perché, quando avviene un vero incontro con Lui, i sensi dell'organismo  fisico vengono superati dai sensi spirituali dell'individuo ed è a mezzo di questi  che viene raggiunta la meravigliosa realtà.


Le realtà  raggiunte dai sensi dello spirito non sono immaginarie, come credono sovente coloro  che non le hanno esperimentate, e non sono neanche astratte, e perciò è logico  parlare dell'incontro con Cristo  facendo uso dei medesimi termini che servono  per esperimentare l'incontro con una persona fisica.


Natanaele  ebbe un incontro con Cristo, e Paolo sulla via di Damasco ebbe anche un incontro  con Cristo. Il primo di questi due incontri non fu più reale dei secondo ed ambedue  queste esperienze generarono la conoscenza di Cristo indipendentemente dalla mediazione  dei sensi umani.


Questa  considerazione ci conferma il principio fondamentale che i sensi fisici sono soltanto  mezzi per avere contatto con il mondo fisico. Per avere relazione con il mondo  spirituale, che non soltanto è reale, ma eterno, bisogna servirsi di quei sensi  spirituali a mezze dei quali l'uomo può incontrare Cristo e conoscere Cristo.


Come già  detto in precedenza, questa conoscenza è inesauribile e noi possiamo approfondirla  progressivamente nel tempo ed esaurirla nell'eternità, ma per professarci cristiani  dobbiamo almeno essere penetrati in essa.


Hai incontrato  Cristo?

Non è  importante sapere se i genitori hanno incontrato Cristo o se altri hanno personalmente  conosciuto il Salvatore, ma è importante ed urgente sapere se noi lo abbiamo veduto,  udito, conosciuto.


Fuori  di questa esperienza non esiste il cristianesimo e perciò è vano il professarsi  discepolo di Cristo se non c'è stato un positivo incontro con Lui. Abbiamo diritto  di nominarci seguaci del Maestro soltanto quando abbiamo la possibilità di dichiarare:   “Abbiamo conosciuto il Signore, ed ora proseguiremo a conoscerlo di più in più...”.


Incontrato,  conosciuto, veduto, udito...; non devono essere espressioni figurative, prive  del loro reale significato, ma devono essere termini capaci di esprimere in modo  rigorosamente esatto le nostre reali esperienze nel Signore.



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GIUSTIFICAZIONE

Cristiano  è anche sinonimo di figliuolo di Dio. Non si può essere cristiani e non essere  figliuoli di Dio perché le due definizioni si equivalgono.


Coloro  che non conoscono le dichiarazioni della Scrittura credono che “creatura di Dio”  e  “figliuolo di Dio” voglia dire la medesima cosa mentre invece il significato  è nettamente diverso. Creatura di Dio vuol dire “creato da Dio”; figliuolo di  Dio vuol dire invece “generato da Dio”. Tutti gli uomini sono creature di Dio,  ma soltanto i cristiani sono figliuoli di Dio perché sono stati generati da Lui  per la fede in Cristo.


Il  “figliuolo  di Dio” cioè il cristiano, si differenzia da tutte le altre creature per una particolarità  fondamentale della propria personalità: la giustizia!


Il cristiano  dunque è rivestito totalmente di giustizia e manifesta le caratteristiche di Colui  che Lo ha generato mediante l'integrità morale e spirituale della propria personalità.  Questa affermazione non vuole intendere che il cristiano sia un essere infallibile  e neanche che egli possegga, abbia, una giustizia propria, quale risultato di  opere meritorie, ma vuole soltanto dichiarare che figliuolo di Dio è colui che  ha partecipato la “giustificazione”.


Non si  può essere cristiani senza aver realizzato la giustificazione offerta da Dio in  Cristo perché tutti i figliuoli di Dio hanno il medesimo carattere, non per capacità  propria, ma in conseguenza dell'opera della grazia.


L'uomo  non è naturalmente giusto; egli si conta mina sin dalla sua prima infanzia per  la trasgressione alla legge morale e perciò per divenire giusto ha bisogno di  essere giustificato in Cristo. Per essere giustificati, però, non basta conoscere  la dottrina della salvezza, ma bisogna accettare personalmente l'opera di Cristo.


La dottrina  cristiana c'illumina intorno all'opera della salvezza e ci precisa che cosa rappresenta  e come si compie la giustificazione; ma questa luce è e rimane come un faro che  vuoi condurci alla realizzazione di questa meravigliosa opera di grazia.


Non mancano  neanche oggi, infatti, uomini che conoscono il valore dell'offerta di Cristo;  uomini che sanno teoricamente che Gesù ha sofferto per gli ingiusti onde poter  partecipare la Sua giustizia a tutti coloro che accettano il Suo sacrificio come  un sacrificio vicario, cioè come un sacrificio compiuto per loro.


Questa  categoria d'individui vi sa dire in maniera esatta che la giustificazione è il  risultato della fede in Cristo e che essa stabilisce un rapporto di pace con Dio.  Vi sa anche dire che, mediante la giustificazione, l'uomo appare davanti al Padre  come se non avesse mai peccato, cioè appare ricoperto della giustizia di Colui  che poteva dire:  “Chi di voi mi convince di peccato?”  


Si, tutte  queste cose sono conosciute da un notevole numero di persone, ma non tutti coloro  che le conoscono le hanno esperimentate e quindi non tutti coloro che le conoscono  sono cristiani perché, per essere cristiani, non basta conoscere teoricamente  il meccanismo della giustificazione Per essere cristiano, cioè per essere figliuolo  di Dio, bisogna aver partecipato la giustificazione che è offerta in Cristo.


La domanda  del capitolo precedente deve essere quindi seguita da un secondo interrogativo  Sei stato giustificato?


Nessuno  può essere giustificato se non adempie le condizioni stabilite dalla Scrittura;  esse sono:


1) Riconoscere  la propria ingiustizia;


2) Riconoscere  per fede la giustizia giustificante di Cristo;


3) Chiedere  in uno spirito di ravvedimento il “dono della giustizia”.


Purtroppo,  nel seno delle chiese che hanno una tradizione dietro le spalle, queste condizioni  sono frequentemente ignorate. Le giovani generazioni che ricevono il messaggio  dell'Evangelo in eredità dalle proprie famiglie credono di essere nate già   “salvate” e non è infrequente sentir dire: “Io sono nato nella grazia...”, “Io  non ho mai conosciuto il peccato...”.


Queste  giovani generazioni sono proclivi a sostituire il cristianesimo reale, il cristianesimo  delle esperienze, con un cristianesimo formale, liturgico nel quale “la morale”  diviene la causa anziché essere semplicemente l'effetto.


Non basta  essere  “bravi e buoni” per essere cristiani, come non basta essere nati  in una famiglia cristiana per proclamarsi figliuoli di Dio, perché soltanto coloro  che hanno partecipata la giustificazione sono stati fatti realmente cristiani.


L'uomo  deve riconoscere la propria ingiustizia, il proprio peccato. Deve essere consapevole  che i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi sentimenti lo hanno reso ripetutamente  trasgressore della legge di Dio. Egli è indegno del Regno dei cieli...


Fino a  tanto che l'individuo non si umilia per riconoscere il proprio stato d'iniquità,  non può neanche volgere lo sguardo alla croce del Calvario.


Molti  sedicenti cristiani parlano ogni giorno del figliuolo di Dio crocifisso, ma fino  ad oggi non hanno potuto avere una visione della sua offerta immacolata. Conoscono  la “croce” in senso iconografico, ma non lo hanno mai veduta nella sua realtà  spirituale. Invece non si può giungere a Cristo se non attraverso la croce alla  quale si accede per la via della sincera umiliazione.


Le prime  due condizioni sono dunque adempiute nel riconoscimento del proprio peccato e  nella contemplazione del sacrificio della croce che esprime la giustizia giustificante.  La terza condizione viene adempiuta nella preghiera umile e sincera a Dio.


Non tutti  riescono a comprendere che Dio vuole una esplicita richiesta e per questo motivo  molti continuano a nominarsi cristiani senza essere stati mai fatti  “figliuoli  di Dio”. Il perdono dei peccati, la giustificazione in Cristo, la purificazione  per il sangue del Calvario, devono essere chiaramente ed umilmente richiesti a  Dio. Se voi non avete mai chiesto il perdono dei vostri peccati, voi non siete  perdonati. Se non avete mai chiesto il  “dono della giustizia” voi  non siete giustificati.


Iddio  offre la giustificazione in dono a tutti gli uomini, ma Egli non la concede  a nessuno per un processo spontaneo ed automatico che sia indipendente dal desiderio,  dalla fede e dalla richiesta dell'uomo. Tutti coloro che adempiono le condizioni  stabilite dalla Scrittura vengono gratuitamente giustificati in Cristo, ma quanti  invece vogliono fondare il loro cristianesimo sulla propria moralità o sui propri  diritti familiari o più semplicemente sulla propria conoscenza finiscono per crearsi  una religione tanto illusoria quanto irreale.


Il cristianesimo  è esperienza spirituale e non conoscenza intellettuale e quindi è assolutamente  inutile ricercarlo fuori dalle realtà dello spirito.    


Per chiudere,  vogliamo dire che la giustificazione è un atto della grazia che si compie in noi  indipendentemente dalle nostre emozioni, però non possiamo negare che esso suscita  in noi le più dolci e profonde sensazioni. Il peccatore che si sente più che perdonato,  assolto incondizionatamente davanti a Dio; lo straniero dei Patti che si sente  adottato al Padre, il nemico che si sente riconciliato e in pace con Dio, non  può non sentire delle emozioni soavi nell'intimo della sua vita.


Forse  per questo motivo tanti credenti vivono un cristianesimo freddo e statico: essi  non hanno mai esperimentate quelle realtà spirituali capaci di suscitare le più  profonde e dolci sensazioni nell'animo.


Sei cristiano?  Cioè hai incontrato Cristo? Sei stato giustificato in Cristo?



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12/01/2016 19:19
 
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NUOVA  NASCITA

Se c'è  una dichiarazione di Gesù che esprima, in modo particolare, il carattere dei cristiano,  questa è quella contenuta nel cap. 3 dell'Evangelo secondo Giovanni: «Se  alcuno non è nato di nuovo non può entrare nel Regno di Dio».


Sei nato  di nuovo? Dalla risposta a questa domanda può essere stabilito se tu sei o non  sei cristiano.


La nuova  nascita è un'esperienza spirituale che non può essere confusa con altre esperienze  perché ha caratteristiche così precise e così visibili da poter essere facilmente  individuata in qualsiasi individuo. Quindi non è difficile rispondere alla domanda  posta precedentemente perché tutti possono sapere se “sono nati di nuovo”.


Nascere  di nuovo, infatti, vuol dire “venire alla luce”; vuol dire “passare da un genere  di vita ad un genere di vita diverso”; vuol dire “entrare nel novero degli esseri  viventi. In altre parole nascere di nuovo rappresenta un avvenimento, che sotto  tutti gli aspetti, può essere assomigliato alla “nascita nel senso fisiologico”.


Colui  che nasce viene alla luce e passa dalla vita uterina alla vita propria ed entra  così, con la propria personalità, nel seno della società umana.


La nuova  nascita, ripetiamo, è un  “venire alla luce”.  Non è, come credono alcuni,  ricevere un poco di luce perché quest'atto sovrano della grazia divina introduce  pienamente nella luce della verità.


L'individuo  viene trasportato dalle tenebre al chiarore della rivelazione divina alla quale  i suoi occhi si aprono, in maniera incerta da principio, e poi sempre più distintamente.  Egli non è più un povero essere raggomitolato in un antro tenebroso, ma un individuo  che si muove alla luce, che si riscalda al sole, che gioisce in un bagno di verità.


Egli cambia  sostanzialmente il suo genere di vita. Dire che i suoi pensieri si modificano  e che i suoi desideri si mutano è dire soltanto in minima parte qual'è il risultato  della nuova nascita.


L'individuo  cambia genere di vita perché cessa di avere una vita in comune con il mondo e  con il peccato e inizia una vita propria nell'atmosfera della grazia di Dio. Quindi  non soltanto i pensieri o desideri, ma tutto è mutato nella sua personalità ed  egli appare quello che non “è mai stato” così come il nascituro è quello che non   “era”  prima.


L'uomo  che è nato di nuovo respira lo Spirito di Dio, contempla la luce della verità,  si riscalda al sole della giustizia; egli dunque ha una vita propria e libera,  ma questa vita è sensitiva e vegetativa in virtù degli elementi soprannaturali  che la fanno vivere. Naturalmente questo linguaggio è essenzialmente simbolico.


Infine  l'individuo che nasce di nuovo entra nel novero della società, di una particolare  società umana e spirituale che è definita dei “primogeniti scritti nei cieli”.  Potremmo anche più semplicemente dire entra nella società dei figliuoli del Regno,  cioè diviene un cristiano.


Coloro  che ricevono Cristo acquistano, con Lui, il diritto di essere chiamati figliuoli  di Dio, non perché viene loro conferito un titolo, ma perché “nascono da  Dio”, ricevono il “seme di Dio”, e “partecipano la natura di Dio”. Tutte  queste precisazioni sono esplicitamente dichiarate dall'Evangelo e sono chiaramente  dimostrate dall'esperienza cristiana.


Se un  individuo si proclama cristiano senza aver esperimentata la realtà di una nuova  nascita, il suo cristianesimo rappresenta una povera contraffazione di quella   “religione pura ed immacolata” recata da Gesù agli uomini. Per essere discepolo  del Maestro divino, bisogna possedere, ci si perdoni il linguaggio esemplificativo,  un doppio certificato di nascita ed il secondo deve essere tanto preciso e tanto  particolareggiato quanto il primo.


Il cristiano  “deve” sapere quando è venuto alla luce e quando ha incominciato a vivere. Deve  conoscere il giorno e l'ora nei quali è divenuto cristiano ed è stato fatto figliuolo  di Dio. La sua vita, in altre parole, deve essere distinta in due vite, separate  fra loro da unì taglio netto, e rese sopratutto indipendenti da una evidente ed  accentuatissima differenza di caratteri. Egli deve essere oggi quello che non  era prima della sua esperienza spirituale e deve sentire questo distacco fino  a non riconoscersi ivi colui che era. Questo è infinitamente più che un semplice  cambiamento di opinione ed anche più che un perfezionamento di carattere.


Oggi le  comunità cristiane accolgono con colpevole superficialità i propri membri, disinteressandosi  totalmente delle esperienze che possono o non possono aver fatto. Avviene frequentemente,  di conseguenza, che molti giovani siano accettati nel seno della chiesa soltanto  perché fanno parte di famiglie cristiane. Generalmente questi giovani presentano  una vita moralmente lodevole ed una conoscenza biblica discreta, ma sono ugualmente  poveri peccatori bisognosi di salvezza.


Vengono  accettati senza che la loro vita esperimenti la potenza della nuova nascita e  quindi essi si trovano ad essere cristiani, o a dichiararsi cristiani, pur avendo  sempre la medesima vita. Possono forse indicare la data della loro decisione,  o la data del loro battesimo, ma non possono indicare la data della loro rigenerazione  perché questa non si è mai verificata.


Naturalmente  questi cristiani hanno una personalità spirituale incompleta perché non “vedono  e non sentono” nella medesima maniera di coloro che hanno partecipato il Regno  attraverso la porta della “nuova nascita”.


La crisi  di molti movimenti cristiani è iniziata nel giorno che la “dottrina della nuova  nascita” è stata sostituita da quella della tradizione. Sono sorti mediante l'unione  di individui rigenerati dalla grazia di Dio e hanno cercato di sopravvivere sull'eredita  delle generazioni successive che non hanno conosciuta la potenza della nuova nascita,  ma soltanto l'incerta forza della convinzione intellettuale.


Sei  nato di nuovo?


Hai partecipato  la natura di Dio attraverso l'opera della rigenerazione? Puoi indicare in maniera  esatta l'ora e i modi nei quali si è verificata la tua totale trasformazione?


La tua  vita è veramente distinta in due vite diverse e indipendenti?


Poni te  stesso di fronte a queste domande perché esse vogliono chiaramente e profondamente  provare il tuo cristianesimo. Se tu non sei ancora nato di nuovo, non sei neanche  ancora cristiano. Devi fare una decisione e devi compiere una esperienza,  ma un'esperienza che non può essere assolutamente ignorata o trascurata.



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12/01/2016 19:19
 
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PACE E GIOIA

Colui  che ha accettato Cristo, che è divenuto discepolo di Cristo, deve domandarsi se  vive realmente nel cristianesimo. La domanda: “Sei cristiano?”, non riguarda soltanto  il passato, ma anche, ed anzi, sopratutto, il presente.


E' molto  importante chiedersi se abbiamo fatte le esperienze essenziali per “entrare” nel  cristianesimo, ma non è meno importante indagare se viviamo dentro o fuori il  cristianesimo.


Non sono  cristiani coloro che hanno esperimentata. la rigenerazione, e che successivamente  hanno perduta ogni potenza spirituale ed ogni senso morale.


Il cristiano  è il simbolo stesso della gioia e della pace, perciò colui che, oltre ad essere  divenuto cristiano, vive costantemente nel cristianesimo, possiede e manifesta  queste due preziose virtù spirituali.


Se non  conosci la gioia e se ignori la pace, non vivi nel cristianesimo: la tua testimonianza  di discepolo di Gesù è infirmata dallo stato della tua vita. Il mondo deve riconoscere  i figliuoli di Dio anche dal loro viso sereno, dal loro canto incessante, dalla  loro gioia esuberante.


Gioia  e pace! Questo bene prezioso rappresenta la eredità logica del cristianesimo e  del cristiano.


Il cristiano  deve sentire e godere la gioia della presenza di Dio, la gioia della salvezza,  la gioia della rivelazione.


Il figliuolo  di Dio ha mille motivi di gioia e perciò può attingere e deve attingere instancabilmente  alla fonte della gioia. Egli non ha nessun motivo per essere turbato perché è  stato liberato dalle circostanze che turbano gli uomini.


Se la  gioia è spenta, il cristiano non può dimostrare di aver partecipato quelle realtà  invisibili che “arricchiscono” per l'eternità. Come si può conciliare la testimonianza  delle nostre esperienze e della nostra speranza con una vita di angoscia e di  turbamento?


Se noi  annunciamo al mondo il messaggio di Cristo e lo annunciamo con l'autorità dell'esperienza,  dobbiamo dimostrare che quest'esperienza non è immaginaria, ma è positiva.


Quando  affermiamo che il nostro nome è scritto nel cielo, quando dichiariamo che siamo  stati fatti figliuoli di Dio ed eredi di Dio, quando testimoniamo che incontriamo  costantemente la presenza di Dio, quando proclamiamo che partecipiamo la gloria  dello Spirito divino, dobbiamo punteggiare e sottolineare queste affermazioni  meravigliose con una vita traboccante di gioia.


I cristiani  che lacrimano inesauribilmente, sotto lo stimolo di una vita perennemente arida  ed angosciata; i cristiani che espongono il quadro della loro opprimente mestizia,  sono capaci soltanto di dimostrare che il loro cristianesimo è ammalato.


Gioia  e pace devono essere gli ornamenti leggiadri dei figliuoli di Dio, la forza interiore  di tutti i cristiani.


Gesù ha  assicurato pace ai suoi discepoli. Non la pace effimera e superficiale del mondo,  ma la Sua pace.


La pace  di Gesù non ci garantisce la immunità dalle persecuzioni o dalle distrette, ma  ci assicura la serenità e la forza in esse. In altre parole, Gesù non ci ha promesso  una vita di pace, dipendente dalle circostanze del mondo, ma ci ha offerta quella  pace che ci solleva al di sopra delle circostanze e delle bufere.


Il cristiano  gode serenità e pace e il cristiano manifesta questo dono divino in mezzo al mondo.  Anche quando la sua navicella è nella tempesta o anche quando i bisogni della  vita si fanno pressanti, egli sente e vive la pace.


La pace  di Gesù accompagna il credente in ogni momento e perciò il cristiano si distingue  nel seno della società per quelle caratteristiche che fanno di lui l'individuo  che non subisce l'influenza degli avvenimenti.


Quando  gli altri tremano e si spaventano, il cristiano è sereno ed egli rimane serenamente  adagiato sulla sua pace anche quando incontra quelle tempeste che fanno vacillare  i forti della terra.


Pace per  i giovani e pace per i canuti; pace di fronte alle lotte della vita e pace all'avvicinarsi  della morte; pace nelle persecuzioni e pace nelle distrette; pace per il presente  e pace per l'avvenire: questa è la pace di Cristo nel cristiano.


Se tu  non vivi nella gioia e nella pace cioè nelle due virtù spirituali che conseguono  spontaneamente dal vero cristianesimo, tu ti trovi fuori dall'ambito dei figliuoli  di Dio.


Il cristianesimo  non rappresenta una religione che si possiede assieme a tutti gli altri accessori  della vita e che quindi può lievemente influenzare il nostro carattere e le nostre  circostanze, ma non può mutare le inclinazioni naturali della nostra personalità  e dei nostri sentimenti. No! il cristianesimo è la vita; esso ha un carattere  già esattamente definito e quando noi vogliamo alterare o modificare questo carattere  noi distruggiamo il cristianesimo.


La religione  di Cristo si vive o non si vive; quando si vive, si vive come essa è, ma quando  noi vogliamo adattarla alle esigenze della nostra mentalità o della nostra carnalità,  non la viviamo affatto.


Molti  credenti potranno trovare eccessivo questo giudizio e potranno anche continuare  a pensare che il cristianesimo è possibile anche la, ove non regnano gioia e pace,  ma la Scrittura invece ci conferma che i cristiani, i veri cristiani, anche in  mezzo alle battaglie sanguinose della vita e della fede, sentono, godono e manifestano,  costantemente, gioia e pace.


Se la  tua condizione spirituale non s'identifica con quella che la Scrittura dichiara  essere la vera condizione dei discepoli di Gesù, non cercare di spiegare questa  disarmonia con argomenti capaci di giustificare il tuo turbamento costante e la  tua perpetua mestizia, ma umiliati per rientrare nell'ambito di quella realtà  eterna che riempie e rende traboccante di gioia e dì pace.


Sei cristiano?  Cioè godi sempre gioia e pace? Mostri sempre queste virtù celesti?



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SPERANZA E FEDE

L'apostolo  Paolo scriveva, ai suoi giorni: - Se noi sperassimo in Cristo soltanto per le  cose di questa vita, noi saremmo i più miserabili fra gli uomini.


E Pietro,  in una delle sue epistole, così esortava i cristiani: “...sperate perfettamente  nella grazia che ci sarà conferita all'apparizione del Signor nostro Gesù Cristo”.


Un cristiano,  un autentico cristiano, è un individuo ripieno di speranza; la sua speranza però  non è fondata sopra le realtà visibili della vita, ma su quelle invisibili dello  Spirito che dimorano nell'eternità.


Ci sono  molti falsi credenti che dichiarano di sperare veramente in Cristo e di aspettare  con ansia il suo ritorno, la sua apparizione, ma vivono però nella ricerca avida  ed instancabile di tutti i beni terreni che possono essere conquistati e goduti.


Questi  sedicenti cristiani paventano la malattia e sono terrorizzati dal]a morte e se  incontrano poi la perdita delle loro ricchezze, piombano nella disperazione più  cupa. Essi confessano una speranza che non posseggono e dichiarano dei sentimenti  che non affiorano neanche nella loro insensibile coscienza.


La speranza  cristiana conduce l'anima oltre la malattia e la morte e la solleva al di sopra  della ricchezza o della miseria perché introduce il credente nel mondo dello Spirito  che è, come già detto, il mondo delle realtà invisibili, ma eterne.


Il vero  cristiano possiede questa vera speranza. Egli non vive aspettando il conseguimento  di un benessere o di una felicità contingente perché spera “perfettamente” nell'adempimento  delle promesse divine relative all'ingresso nella gloria.


Tutta  la sua vita e tutti i suoi desideri sono tesi verso l'eternità ed egli compie  il suo pellegrinaggio con la costante visione della città di Dio che lo attende.  Non può cercare altro, non può essere assorbito o distratto da altro: egli ha  tutto, nel fine della sua speranza che è la vita eterna in Cristo Gesù.


E' assurdo  dichiararsi cristiani e dimostrare l'assenza di qualsiasi desiderio di  “andare  ad abitare con Cristo”. E' paradossale dire di aver ricevuto una eredità eterna  nel cielo e vivere soltanto per desiderare e accumulare tesori in questa terra.


Se sei  cristiano, non puoi non possedere la speranza cristiana; in altre parole, se sei  veramente cristiano, non puoi vivere per avvinghiarti sempre più tenacemente a  questa terra.


La potenza  della chiesa apostolica, la forza dei martiri, si sono manifestate in diretta  relazione con la speranza cristiana. Attraverso la lotta, i credenti hanno saputo  dimostrare che vivevano per il cielo ed anelavano il cielo.


Essi potevano  ricevere con allegrezza lo spogliamento dei propri beni come potevano sopportare  con serenità gioiosa, la perdita della propria vita in conseguenza del fatto che  il loro occhio, il loro desiderio, erano illuminati ed ispirati dalla speranza.


Colui  che “spera” non può guardare al presente e non si può fermare al visibile e perciò  egli quasi non si accorge del proprio stato o delle circostanze della propria  vita perché è assorbito dalla visione gloriosa di ciò che non si vede, ma che  per il cristiano  è tanto reale come se si vedesse.


Il pensiero  delle “molte stanze” promesse da Gesù, della  “città dalle porte di perla”,  del  “luogo abitato dalla gloria e dalla giustizia”, deve occupare la mente  e il cuore del cristiano ed egli deve vivere sospirando “verso il ritorno di Gesù”.


La speranza  deve anticipare la gioia della visione di Dio, deve far pregustare l'incontro  con Gesù, con gli angeli, con i santi, deve far godere fin da ora il perfetto  gaudio, la conoscenza compiuta, la liberazione totale. 


Se le  promesse divine sono realmente l'oggetto della speranza cristiana, questa speranza  deve infiammare ed entusiasmare la vita del credente.


Sei cristiano?  Vivi e godi nella speranza cristiana?


In quale  livello si trova la tua vita e si muovono i tuoi pensieri e i tuoi desideri?


Ricordati  che la Scrittura ci assicura che tutti coloro che hanno realmente la speranza  di vedere il Signore e di essere resi simili a Lui, sin da ora, “si purificano”  come Egli è puro. La speranza purifica l'anima ed imbianca la vita. Essa libera  da ogni scoria terrena perché spezza i legami delle sollecitudini o le catene  dell'avarizia; i lacci del timore o i ceppi della mondanità.


Non è  vero, infatti, che tutte queste caratteristiche peccaminose rappresentano le conseguenze  di una vita priva di speranza?


Colui  che non spera nel tesoro celeste è sollecito per costituirne uno terreno; colui  che non sa guardare  alle ricchezze eterne è avaro per conquistare quelle  momentanee; colui che non brama e non sa bramare l'incontro con Cristo è timoroso  delle circostanze che insidiano la sua vita e colui, infine, che non riesce, mediante  la speranza, a vivere nei cielo come nella propria città, è mondano per soddisfare  i desideri impetuosi del suo cuore arido.


La speranza  porta il cielo nel cuore e fa trasparire il cielo dal volto ed un cristiano deve  avere il cielo nel cuore e in tutte le manifestazioni della propria vita: egli  si deve distinguere particolarmente quando le circostanze più tragiche della vita  mettono in evidenza il valore della personalità umana.


Paolo  ricorda ai cristiani di Tessalonica che anche di fronte alla morte i cristiani  dovevano far risplendere la testimonianza della loro virilità. Egli così si esprimeva:  “non siate contristati come coloro che non hanno speranza...”


Coloro  che non hanno speranza vengono contristati turbati dagli avvenimenti tragici della  vita, ma coloro che hanno speranza, cioè che sono cristiani nel senso esatto di  questo glorioso vocabolo, rendono testimonianza della invulnerabilità che hanno  acquisita mediante l'adottazione a Dio.


In conclusione,  essere cristiano significa essere fuori dei mondo, o, come diceva Paolo, crocifisso  al mondo. Essere fuori del mondo vuol dire “essere nel cielo”. Il cristiano quindi  è l'individuo che vive nel cielo mediante la speranza e mediante la fede.


Fede e  speranza sono strettamente congiunte nel cristianesimo perché la “fede” è certezza  delle cose che si  “sperano”. E' quasi impossibile distinguere e individualizzare  queste due realtà spirituali ma per approssimazione possiamo pensare alla fede  come all'occhio della speranza e alla mano della speranza. La speranza, in questo  caso, ci appare come l'anima e la fede come il corpo.


L'anima  ha contatto con il mondo che ci circonda a mezzo dei corpo e la speranza ha contatto  con le realtà invisibili mediante la fede.


La fede  è quella che permette alla speranza di vedere e di toccare le promesse verso le  quali essa si volge.


Perciò,  il cristiano è colui che ha speranza e fede. Cioè è colui che non soltanto anela  e aspetta le realtà eterne dello Spirito, ma anche che vede e che tocca quelle  promesse invisibili, ma indistruttibili, fatte da Dio.


Mosè per  fede rimase costante vedendo “l'invisibile”.  Abrahamo, Isacco, Giacobbe  terminarono il loro pellegrinaggio mirando ad una città stabile edificata dal  Signore. La loro vita era una vita di fede, ma di quella fede che rende positiva  la speranza.


Simigliantemente  Paolo che si preparò al martirio mirando la corona della giustizia o Pietro che  guardò verso la morte per mirare in essa l'angelo della liberazione o Stefano  che offrì il suo sangue contemplando la gloria del cielo, ci appaiono come uomini  di fede. La loro fede però ci viene presentata semplicemente come la concretizzazione  della speranza.


Una speranza  priva di fede è un'anima senza corpo come la fede senza speranza è un corpo senza  anima. Il cristiano che possiede una speranza rappresentata da un sentimento indefinibile,  che gli fa desiderare cose buone e belle, senza pertanto fargli sentire la certezza  assoluta nella realizzazione di esse, non è cristiano, ma è soltanto un comune  ottimista.


Anche  gli inconvertiti sperano; ma per loro speranza vuol dire desiderio di circostanze  favorevoli o augurio di cose buone.


Gli uomini  infatti ripetono volentieri il vecchio adagio del volgo: - La speranza è l'ultima  a morire! In questo proverbio si allude alla speranza generata dall'ottimismo  umano e che è una entità nettamente separata dalla fede.


Hai una  speranza di fede? O hai fede e speranza?


Se non  possiedi queste due realtà o queste due virtù non sei cristiano.


Forse  sei un religioso nel senso comunissimo di questo termine abusato, ma non sei un  cristiano.


Potrà  anche sembrarti strano, ma ricordati che un cristiano è una creatura, sotto certi  aspetti, soprannaturale. Egli ha speranza e fede e perciò vive fuori e sopra del  povero mondo della materia.


Egli crede  a Dio oltre che credere in Dio; egli crede e spera e perciò vive libero dalle  limitazioni imposte dall'incredulità e dalla disperazione.


La sua  speranza lo eleva e lo purifica e la sua fede lo rende vincitore e potente.


Egli passa  in mezzo al mondo come un essere che offre al mondo l'ispirazione della sua vita  celeste, ma che non accetta dal mondo nessuna delle sue realtà effimere e vane.



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12/01/2016 19:21
 
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Amore

Il nuovo  comandamento recato da Cristo è quello dell'amore. L'amore si trovava anche nelle  prescrizioni mosaiche e l'amore esisteva prima del cristianesimo come sentimento  naturale, ma Cristo ha recato qualche cosa di nuovo rispetto alla legge e qualche  cosa di più elevato e di più profondo nei confronti dei sentimenti naturali: l'amore  di Cristo è un sentimento divino partecipato ai redenti congiuntamente alla natura  divina.


Coloro  che sono cristiani, che sono nati di nuovo, posseggono questo amore, mentre coloro  che non hanno esperimentata la rigenerazione hanno soltanto una pallida idea di  questo meraviglioso sentimento che viene “sparso nei cuori a mezzo dello Spirito  Santo”.


Gesù ha  dichiarato che una delle caratteristiche visibili del cristianesimo è costituita  appunto dall'amore: - “Da questo si conoscerà che siete miei discepoli, dall'amore  intenso che vi porterete!”


La frase  del Redentore però potrebbe essere falsata dall'interpretazione superficiale di  qualche esegeta desideroso di fare del cristianesimo una conventicola denominazionalista.  E' necessario perciò ricordare che l'amore cristiano è un sentimento che supera  non so! - tanto le barriere confessionali, ma anche le “barricate” costituite  da tutte le discriminazioni e da tutte le considerazioni umane.


Se è vero  che la prima manifestazione dell'amore e quindi la prima pratica dell'amore trovano  la loro attuazione nello stesso ambiente cristiano, non è meno vero che quest'amore  divino riesce a straripare dall'ambito della Comunità per raggiungere e coprire,  con la propria benefica influenza, ogni creatura di Dio.


L'amore  cristiano non guarda al colore della pelle e non osserva la lingua parlata; non  fa differenza fra l'amico e il nemico, fra il povero e il ricco. L'amore cristiano  raggiunge il vicino e il lontano, il monoteista e il politeista.


L'amore  cristiano quindi non può essere assomigliato o paragonato all'amore naturale che,  frequentemente, si manifesta nell'individuo come una forma perfezionata di egoismo,  perché esso si differenzia così nettamente dall'amore naturale da apparire come  un sentimento unico che può essere partecipato soltanto mediante la salvezza offerta  da Dio.


E' l'amore  che ha stupito e che deve stupire il mondo; l'amore che ha ispirati e sospinti  i missionari, l'amore che ha fatto “i martiri”, l'amore che ha scosso e vinto  gli indifferenti.


Quest'amore,  appunto perché si differenzia dall'amore naturale, non asseconda le attitudini  della natura umana nelle sue manifestazioni negative. Non asseconda la vendetta,  il risentimento e non asseconda le valutazioni e le considerazioni mosse da interesSi  egoistici.


E' un  amore perfetto e perciò benigno, altruista, generoso, costante imparziale, potente.


Se uno  si nomina cristiano, e non ha quest'amore è un mendace perché questo sentimento  divino dimora sempre nel cristiano.


E' necessario  anche precisare che l'amore cristiano non può rimanere confinato entro una concezione  astratta o nell'ambito dell'idealismo teorico: esso è dinamico, attivo, concreto.  L'amore cristiano si traduce continuamente in opere buone cioè in quelle opere  che Iddio stesso prepara sul sentiero dei suoi figliuoli.


La parola  di conforto o di consiglio, vibrante, l'assistenza opportuna e generosa; la misericordia  aperta, la fraternità sincera, la simpatia profonda...: queste sono le opere buone  che esprimono l'amore cristiano.


Queste  opere vengono compiute a favore del “prossimo” che non è rappresentato però, secondo  l'antica concezione israelitica, da quel ristretto numero di persone con le quali  abbiamo particolari rapporti d'intimità, ma è costituito, come c'insegna la parabola  del “buon samaritano”, da tutti coloro che comunque hanno bisogno del nostro amore  fattivo.


Voler  svuotare il cristianesimo dell'amore significa voler togliere lo spirito dal corpo.  Il cristianesimo e fondato sull'amore, è animato dall'amore, si adempie nell'amore.


Cristo  ha dichiarato solennemente che tutta la legge divina è suggellata entro due comandamenti  che potrebbero essere fusi in un solo comandamento per essere poi condensati ed  espressi con una sola parola: AMA!


Quando  abbiamo annullata o eliminata questa parola, abbiamo ucciso il sentimento che  essa esprime e quando abbiamo ucciso l'amore, abbiamo distrutto il cristianesimo.


Quindi  insistiamo nell'affermare che coloro che si dichiarano cristiani senza possedere  l'amore sono semplicemente dei mendaci o, potremmo anche concedere, degli illusi.


Non tutti,  naturalmente, possono possedere l'amore nella sua pienezza e non tutti possono  rispecchiare la personalità di Cristo nella Sua gloria. I cristiani hanno davanti  a loro un sentiero di progresso spirituale; devono crescere in ogni cosa e quindi  anche nell'amore. Ma coloro che non hanno partecipato mai, in nessuna misura,  questo sentimento divino o che presentemente non lo avvertono più nel cuore, non  sono cristiani.


La domanda  quindi che è ritornata tante volte in queste pagine:  “Sei cristiano?”, può  anche essere formulata nei termini:  “Possiedi l'amore di Cristo?”


Se si  risponde affermativamente, si deve rispondere “sì” ad ambedue le domande, ma se  si vuole rispondere negativamente soltanto ad una delle due domande, bisogna essere  disposti a calpestare la verità.


Questi  termini del problema possono sembrare eccessivi. Nel cristianesimo non sono mai  mancati scismi, contese, dispute e anche i grandi uomini della fede sono stati  coinvolti in queste aspre lotte fraterne...


No, i  termini non sono eccessivi perché l'Evangelo è assolutamente esplicito su questo  soggetto. Le lotte teologiche alla dottrina o ai problemi comunitari non indicano  sempre l'assenza dell'amore, ma frequentemente esprimono soltanto una pratica  errata di esso.


Molti  hanno combattuto severamente con un cuore traboccante di amore nei confronti di  coloro verso i quali erano costretti a combattere per la difesa della verità,  Altri hanno creduto di far cosa giusta, affrontando la contesa, ma non sono venuti  meno nel sentimento purissimo che avevano partecipato in Cristo.


E' anche  vero che ci sono stati molti, invece, che hanno sferrato e sostenuto la lotta  nella potenza dell'odio, ma questi non erano cristiani, o non lo erano  almeno nel tempo della loro battaglia che può essere considerato il tempo del   “loro sviamento”.


Un cristiano  ha sempre l'amore di Cristo, viene ispirato e guidato da esso. E gli può errare  e può anche diminuire nell'amore, ma quel sentimento spirituale non cessa mai  in lui perché esso è condizione essenziale di vita.


Negli  errori, nelle sconfitte, negli smarrimenti il cristiano non può cessare di realizzare  l'amore anche se qualche volta questo si riduce ad un lumicino fioco e tremolante.


Possiedi  l'amore? Lo hai ricevuto in conseguenza della grazia salutare di Dio? Lo senti  agire dinamicamente nella tua vita?


In altre  parole, Sei cristiano?



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12/01/2016 19:22
 
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OFFERTE

Ci sono  alcuni che pretendono essere cristiani senza sentire il più debole desiderio o  il più piccolo dovere di offrire la loro vita a Cristo.


Questa  pretesa è assurda perché non si può essere cristiani ed essere contemporaneamente  indifferenti verso Cristo. Il cristianesimo è, oltre a tutte le cose esposte precedentemente,  passione per Cristo, comunione con Cristo.


L'Apostolo  Paolo assomiglia le relazioni della chiesa cristiana con Cristo a quelle che uniscono  i coniugi nella vita matrimoniale. Come è inconcepibile un matrimonio nel quale  una sposa rifiuti di offrire la propria vita allo sposo, così è inconcepibile  un cristianesimo nel quale manchi l'offerta pura e sincera a Cristo.


Dove non  c'è offerta, non c'è amore e dove non c'è amore c'è indifferenza. L'indifferenza  può essere ammessa in coloro che non hanno conosciuto Cristo, ma non può essere  concepita in quanti si professano suoi discepoli.


Anche  la natura c'insegna che l'amore ci spinge a dare. Quando amiamo un oggetto desideriamo  dare ad esso tutta la nostra cura e tutte le nostre attenzioni, e quando amiamo  sinceramente una persona, sentiamo il bisogno di dare tutto ciò che può fare la  felicità della persona amata. Amore e offerta, dunque, si fondono anche nella  vita naturale, quasi ad insegnarci che queste due realtà, sul terreno pratico  rappresentano una sola, inscindibile, entità.


Se sei  cristiano, devi sentire il bisogno imperioso di onorare Cristo e di compiacere  Cristo con la tua offerta; se non senti questo bisogno vuol dire che non sei stato  mai cristiano o non sei più tale.


Il discepolo  di Gesù offre spontaneamente ed entusiasticamente la propria vita al Maestro.  Egli gioisce quando può dare a Gesù il proprio tempo, le proprie energie, i propri  beni perché egli  “sente” che le sue offerte rappresentano le espressioni  pratiche del suo amore ardente per Cristo.


L'offerta  più frequente e più naturale del credente è costituita dalla “lode”. Il vero credente  loda sempre il Signore; lo loda con ardore e con gratitudine, con sincerità e  in adorazione. La lode, assieme alla preghiera, o la lode come preghiera, è il  linguaggio più espressivo dell'amore.


lo benedirò  sempre il Signore e la sua lode sarà sempre nella mia bocca! Questa dichiarazione  contenuta nei salmi rappresenta la regola del cristiano: nella gioia o nella prova;  attraverso le tenebre o al chiarore del sole egli loda sempre e con slancio il  Nome del Signore.


Se sei  cristiano, non puoi tacere perché la tua vita è colma e traboccante di motivi  di lode. Il cielo è aperto sopra te e Iddio è presente nella tua vita: tu non  puoi non elevare lodi al cielo.


Paolo  lodava il Signore nelle Comunità e lo lodava nelle solitudini; lodava Cristo nei  giorni di tranquillità e lo lodava nelle sofferenze e nelle prigioni. Egli non  manifestava un eroismo particolare, ma semplicemente il cristianesimo, il vero  cristianesimo.


Se lasci  passare le tue giornate senza lodare il Signore o se bastano le piccole avversità  della vita per spegnere la lode sulle tue labbra o dentro il tuo cuore, tu non  vivi cristianamente.


Nella  miseria, nella sofferenza, nella malattia, nella persecuzione un cristiano deve  essere sempre facilmente riconoscibile dalla lode che offre a Cristo.


Assieme  alla lode, il vero cristiano offre al Maestro tutte le altre risorse della sua  vita: il tempo, le energie, i beni.


Certi  sedicenti cristiani trovano tempo per ogni cosa, ma non riescono a trovare il  tempo necessario per offrire a Cristo; riescono a trovare energie per ogni occupazione,  ma non trovano capacità ed energie per offrire al Maestro.


Non hanno  tempo per pregare, per studiare le scritture, per compiere opere cristiane, per  partecipare la comunione fraterna; non hanno forza e abilità per il servizio,  per l'evangelizzazione... In altre parole si sentono nell'impossibilità di presentare  le loro offerte a Cristo.


Quest'impossibilità  deriva unicamente dalla qualità del loro cristianesimo che invece di essere originale,  è soltanto imitazione.


Il vero  cristiano desidera parlare con Cristo e brama ascoltare Cristo. Offre la preghiera  al proprio Maestro perché essa è il colloquio dell'anima- il mezzo per riversare  nel grembo di Cristo le espressioni di affetto e le richieste sincere e per ricevere  da Cristo consolazioni, gioie e benedizioni.


Il vero  cristiano altresì desidera studiare ed investigare le scritture non soltanto perché  esse suggellano le preziose promesse del cielo, ma perché in esse è contenuta  la legge del Maestro. Il cristiano sente la necessità di offrire la propria attenzione  e il proprio tempo a Cristo mediante l'esame accurato e vivente della Sua divina  parola perché essa è il cibo dell'anima, l'alimento indispensabile per vivere  la vita dello spirito, la vita cristiana.


Nello  stesso modo che desidera la preghiera e lo studio delle scritture, il cristiano  desidera ardentemente offrire il proprio tempo nella ricerca della comunione fraterna.  Uno dei fenomeni del  “cristianesimo moderno” è rappresentato dall'isolazionismo;  s'incontrano frequentemente sedicenti credenti che vivono il  “loro cristianesimo  » separato dagli altri.


Il cristianesimo  degli isolati non è originale, sopratutto se è provocato dal desiderio di non  impiegare il proprio tempo nella ricerca della comunione fraterna. In altre parole:  coloro che non hanno tempo per avere comunione col popolo di Dio, che non hanno  tempo per vivere in mezzo al popolo di Dio, non hanno tempo da offrire a Cristo  e perciò non appartengono alla schiera dei suoi discepoli.


Tempo  ed energie sono le offerte che il credente presenta costantemente sull'altare  dell'amore cristiano. E' meraviglioso constatare il funzionamento armonico del   “Corpo di Cristo”.


Non tutte  le membra sono impegnate in grandi compiti, ma tutte vivono, si muovono in funzione  della vita del corpo. Tutte hanno tempo ed energia per il corpo e tutte danno,  in ogni momento il proprio tempo e la propria energia nel corpo.


Nella  chiesa ci sono i ministeri spirituali e quindi ci sono i ministri che li espletano,  ma, oltre a questi, anche “tutti” i credenti fanno parte del corpo ed hanno una  funzione nel corpo. Tutti devono poter dare tempo ed energia, secondo la propria  funzione, per la vita gloriosa del corpo.


I ministri  sono forse impegnati in compiti fondamentali che richiedono “tutto” il loro tempo,  ma gli altri sono ugualmente impegnati nella vita del corpo al punto di dover  dare  “tutto il tempo e tutte le energie” che il corpo richiede.


Il commerciante  che prima di sentirsi commerciante non si senta cristiano, non è cristiano. Il  contadino o l'operaio che prima di sentirsi tali non si sentano cristiani non  sono cristiani.


Se un  individuo sacrifica il proprio cristianesimo alla qualifica sociale che lo impegna  nella vita, vuol dire che non è cristiano, ma è semplicemente medico, commerciante,  muratore ecc.


E' assurdo  pensare ad un discepolo di Cristo disposto ad offrire tempo ed energie al proprio  lavoro, ma non disposto a portare l'offerta del tempo e dell'energia richieste  dal proprio Maestro sull'altare della fedeltà e dell'amore.


I veri  cristiani lavorano per Cristo, producono a Cristo, collaborano con Cristo.


Se sono  ministri, lavorano nell'espletamento dei ministeri spirituali e se non sono ministri,  lavorano ugualmente nell'ambito delle proprie competenze, nelle assistenze, nell'evangelizzazione,  nei compiti comunitari. Offrono ed offrono perché è attraverso l'offerta che vivono  e godono profondamente il proprio cristianesimo che è un cristianesimo autentico.


C'è un'altra  offerta che non manca mai nella mano del cristiano: quella dei Suoi beni, del  suo denaro, Il discepolo onora il Maestro anche con l'offerta generosa delle proprie  risorse economiche. Se volete misurare il cristianesimo di una comunità o di un  credente pesate le loro offerte: la lode, la preghiera, lo studio, il tempo, le  energie, il denaro.


Purtroppo  si trovano degli impudenti pronti a rivendicare il loro titolo nonostante che  non abbiano una sola offerta nelle loro mani. Noi diciamo soltanto che questi  poveri illusi posseggono un cristianesimo apparente.


Nel  cristianesimo esiste l'offerta perché il cristianesimo è la religione di Colui  che si è offerto. I discepoli di Cristo sono tali in quanto sanno essere imitatori  di quel Maestro che ha dato, dato, e sempre dato con generosità ed amore.


Il  cristiano dunque offre anche il proprio denaro; lo offre a Cristo per l'opera di Cristo  e perciò non l'offre come si potrebbe offrire un'elemosina, ma l'offre come si  potrebbe offrire un dono generoso ed affettuoso al proprio Maestro.


C'è  una differenza notevole fra la moneta di rame che fate scivolare, forse con indifferenza,  nella mano del mendicante e il dono prezioso che offrite solennemente alla persona  amata. L'offerta del cristiano non può assomigliare all'elemosina perché deve  superare l'atto di affetto verso la persona cara al vostro cuore.


Gesù non  ha bisogno, da un punto di vista generale, del nostro denaro, ma Egli lo accetta  e lo gradisce non soltanto perché è un contributo al servizio del Suo Regno, ma  perché è un'espressione positiva del nostro amore per Lui. Il nostro contributo  e la espressione del nostro amore però non devono essere ridotti in termini di  elemosina perché altrimenti invece di onorare Cristo noi offendiamo il Suo Nome  benedetto.


L'offerta  della moneta di rame può trasformarsi, sull'altare della fede, nell'offerta d'oro,  se essa esprime amore e sacrificio, ma rimane soltanto elemosina insultante se  è dimostrazione di indifferenza ed avarizia.


Ognuno  è accettevole a Cristo in “proporzione” di quello che possiede; quindi se l'offerta,  anche povera, comporta un profondo, ma entusiasta sacrificio è e rimane un'autentica  offerta. Ma se l'offerta è costituita dalla misera elargizione di una moneta tanto  superflua quanto inutile, può essere definita soltanto elemosina.


Non raramente  s'incontrano membri di comunità cristiane che non concepiscono l'offerta del “loro  denaro”. Non vogliamo dire che non concepiscono l'offerta del denaro, ma non concepiscono  l'offerta del “loro” denaro. Questi cristiani soltanto in apparenza, si aspettano  di ricevere offerte per loro e per la loro comunità, ma non pensano di onorare  Cristo con la loro offerta. Se ci sono dei problemi economici connessi con il  servizio dell'Evangelo, delle necessità finanziarie inerenti all'opera di Dio,  questi credenti alzano la voce per sollecitare la generosità degli altri, ma chiudono  la borsa per covare la propria avarizia.


Più di  una volta abbiamo veduto povere comunità chiamate cristiane che hanno cercato  di risparmiare il proprio minuto e grosso bestiame per offrire sull'altare del  servizio la dolce agnella dell'uomo povero. Se questa descrizione figurativa,  ispirataci dalle parole del profeta all'impenitente Davide, non dovesse essere  comprensibile, diremo più chiaramente:


- Più  di una volta abbiamo veduto comunità ecclesiastiche, forniate da membri facoltosi  ed avari che, di fronte ad una necessità locale, hanno saputo risparmiare tutti  i beni e tutte le possessioni dei ricchi del luogo per godere l'offerta generosa  dei veri credenti di altre località che hanno presentato il frutto del proprio  sacrificio a Cristo.


L'individuo  che di fronte a Colui che chiama il proprio Maestro rimane indifferente e serra  la borsa, non è degno di chiamarsi del nome di Cristo.


Gesù vuol  dare, ma vuole anche ricevere; vuole onorare, ma vuole essere onorato; vuole arricchire  con le Sue benedizioni e con la Sua provvidenza, ma vuole altresì essere esaltato  attraverso il tributo della generosità profonda e sincera.


Ricordiamoci:  il Maestro divino non possedeva nulla eppure ha avuto tutto quello che era necessario  all'espletamento del Suo ministero. Egli non aveva ove posare il capo, ma è stato  ospitato in case sontuose. Egli non aveva una tavola, ma è stato accolto alle  mense più sontuose; non aveva denari, ma è stato sovvenuto in ogni necessità.


Molti  hanno dato con gioia la loro casa, la loro tavola, il loro denaro, la loro cavalcatura,  il loro olio odorifero e finanche la propria tomba al Maestro divino. E noi vogliamo  chiamarci discepoli tenendo tutto il denaro e tutti i beni che possediamo serrati  egoisticamente nella nostra mano?


Il vero  cristiano offre ed offre generosamente ogni qualvolta sente ripetere la frase:  - Il Signore ne ha bisogno!


Con queste  offerte cristiane viene manifestata la potenza della grazia che parla veramente  di Cristo e dei cristiani cioè di Cristo e dei veri cristiani.


Sei cristiano?  Che cosa dai a Cristo? Offri forse le briciole superflue del tuo tempo, delle  tue energie, del tuo denaro?


Sei  occupato più a offrire a te stesso e quindi all'idolo del tuo io oppure a Colui  che chiami Maestro e Signore? Ricordati: se ti chiami cristiano, ma non offri a Cristo, il tuo cristianesimo  non è autentico.



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12/01/2016 19:23
 
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Vita  sociale e familiare

Un cristiano  si distingue nel seno della società per le sue particolari caratteristiche che  fanno di lui un individuo diverso da tutti gli altri.


Gli uomini,  nel mondo, si assomigliano straordinariamente amiche quando sono diversi per il  colore della pelle, per le idee politiche o filosofiche ed anche quando hanno  religioni differenti: in fondo tutti gli uomini sono uguali nelle opere, nelle  aspirazioni, nella mentalità. La grande famiglia umana è strettamente associata  dalla legge della corruzione e del peccato.


Potete  andare in Asia o in America, potete esaminare i colti e gli incolti, gli evoluti  e gli involuti, ma voi troverete le medesime caratteristiche in tutti gli individui.


C'è una  sola classe di persone che si differenzia nettamente dal resto dell'umanità e  questa è costituita dai cristiani.


Se tu  sei cristiano sei diverso da tutti gli altri uomini che vivono nel mondo in conseguenza  del fatto che sei stato rigenerato per una potenza spirituale che ti ha fatto  uscire fuori dalle comuni leggi che regolano la vita degli uomini. La tua vita  è stata trasformata, la tua mente è stata rinnovata e tu hai partecipato la natura  divina fino al punto di realizzare la “nuova nascita” prodotta dal seme di Dio.


Nella  società e nella famiglia, devi manifestare chiaramente questa differenza: la tua  vita deve risplendere della luce della verità e le tue opere devono esprimere  interamente la libertà dello Spirito.


Coloro  che riescono a vivere nel mondo senza manifestare il proprio cristianesimo, non  sono cristiani. Se la loro vita si mescola e si confonde con la vita di tutti  gli altri e se la loro personalità sparisce nell'anonimo della società, in conseguenza  del fatto che non si distingue dalla personalità degli altri, vuol dire che non  sono nati di nuovo, non sono discepoli di Cristo.


In quest'epoca  tenebrosa di smarrimento e di amoralità, non è neanche necessario un cristianesimo  aggressivo per emergere; anche le caratteristiche, appena accennate, di un cristianesimo  autentico, vissuto debolmente, appaiono e risplendono. Se questa luce non si manifesta,  vuol dire soltanto che il cristianesimo è “totalmente assente ”


Il cristiano  si distingue per la sobrietà e la dignità del suo portamento; il cristiano si  distingue per la verità e la rettitudine delle sue parole; il cristiano si distingue  per la santità e l'onestà delle sue opere.


L'uomo  che manca alla sua parola, che evade dai suoi doveri, che trascende nei suoi modi,  che viene meno ai suoi impegni, che è disonesto nelle sue azioni è l'uomo comune  che non ha esperimentato e non vive la potenza della redenzione, ma il cristiano  è il testimonio dell'opera della grazia che viene proclamata, più che con la predicazione,  con la vita pratica dei discepoli del Maestro della perfezione.


Il cristiano  commerciante è totalmente diverso da tutti gli altri commercianti, come il cristiano  operaio è diverso da tutti gli altri operai. Non soltanto, ambedue, portano, nelle  loro attività, la serietà del loro carattere, ma sopratutto l'uno e l'altro fanno  risplendere il loro lavoro della luce dell'onestà più scrupolosa e della rettitudine  più severa.


Gli appuntamenti,  i debiti, gli impegni, vengono considerati dal cristiano alla luce di quella rivelazione  interiore che obbliga, sempre, il discepolo di Cristo ad assumersi le proprie  responsabilità di figliuolo di Dio.


In altre  parole il discepolo di Cristo attraversa il mondo e cammina nel mezzo della società  lasciando sempre, al suo passaggio, la scia del profumo di Cristo.


Gli uomini  potranno forse dire che i cristiani hanno una concezione spirituale errata, potranno  anche dire che sono poveri esaltati o addirittura che costituiscono un pericolo  per la società, ma dovranno sempre “vedere” le loro buone opere, cioè la loro  vita luminosa, che li differenzia da tutto il resto dell'umanità.


Il cristianesimo  è anche ordine; ordine spirituale, ordine morale ed ordine sociale. Il cristiano  dunque non soltanto ha una vita ordinata sul piano spirituale e sul piano morale,  ma ha anche una vita ordinata sul piano sociale e familiare.


L'ordine  del cristiano si manifesta, prima che altrove, nella propria persona. Il cristiano  benefica gli effetti della legge di Dio anche nella cura della propria persona  che è sempre in ordine, sempre pulita, sempre piacevole.


E' meraviglioso  constatare che l'Evangelo ha una potenza capace di raggiungere qualsiasi zona  della vita; esso può insegnare ogni cosa e può illuminare ogni individuo. Quando  l'Evangelo giunge ai popoli incivili, ai popoli vincolati da condizioni di vita  retrogradi, non soltanto li libera dai loro peccati morali, ma li scioglie anche  dalle loro abitudini incivili.


L'Evangelo  porta l'acqua, il sapone, la pulizia, l'ordine della casa, la cura della persona;  rende piacevoli gli individui, accoglienti gli ambienti. Spinge al miglioramento,  al conforto, all'igiene.


Oggi,  molti sedicenti cristiani di paesi progrediti e civili pretendono testimoniare  della loro fede senza rinunciare al disordine delle loro persone maleodoranti  e alla confusione delle loro case sudice. Essi avviliscono la testimonianza dell'  Evangelo che, oltretutto, è parola di ordine e di civiltà.


Non esistono  impedimenti o limitazioni all'ordine, come non esistono impedimenti o limitazione  alla moralità. Colui che vuol vivere, nella grazia di Cristo, una vita moralmente  sana, può -viverla in qualsiasi ambiente e in lotta con qualunque circostanza.  Altresì, colui che vuol vivere, alla luce dell'Evangelo, una vita ordinata e sana  può viverla anche nel mezzo della miseria più profonda o combattendo con ristrettezze  opprimenti.


Abbiamo  veduto i tuguri e le capanne di cristiani poveri e proprio in quei luoghi abbiamo  potuto vedere la manifestazione della sapienza di Dio e della luce di Dio: l'ordine  più perfetto, la pulizia più accurata facevano di quei poveri abituri, luoghi  accoglienti che offrivano, insieme alla dolce presenza del Signore, anche l'influenza  benefica della Sua parola.


Abbiamo  anche visto però lo spettacolo desolante di abitazioni « Così dette cristiane  ove mancava un posto per ogni cosa e dove ogni cosa era fuori del proprio posto.  Il disordine, il sudiciume, l'aria malsana: tutto, tutto testimoniava contro la  professione di fede di coloro che si dichiaravano discepoli del Maestro. Discepoli  del Maestro?


Ma se  Egli è stato ed è il Maestro dell'ordine, dell'armonia, della bellezza come è  possibile che i suoi discepoli siano sporchi e disordinati?


Il cristiano  si distingue anche nell'ordine, anche nella pulizia perché egli sa portare una  nota piacevole e melodiosa di civiltà anche negli ambienti più poveri, anche in  mezzo alle condizioni più tristi.


I cristiani,  che sono tali soltanto formalmente, dovrebbero riflettere profondamente di fronte  a queste dichiarazioni. Dovrebbero cioè cercare di penetrare Sinceramente il cristianesimo  mettendo la propria vita in regola davanti a Dio.


Molte  e molte case dovrebbero essere vuotate e liberate da mille oggetti inutili che  le hanno invase e ridotte nel caos e nel sudiciume; dovrebbero essere radicalmente  ripulite e dovrebbero essere mantenute igienicamente sane mediante una manutenzione  accurata e costante.


Tutti  gli insetti dovrebbero essere sterminati totalmente e, in quei luoghi, ove, purtroppo,  indugia ancora la consuetudine di accogliere gli animali domestici in casa, questi  dovrebbero essere espulsi e confinati in recinti lontani dall'abitazione.


L'uso  dell'acqua e del sapone per le persone e per gli indumenti, intimi o esterni,  dovrebbe essere fatto regolarmente e senza parsimonia affinché si “veda” e si  “senta”  che i cristiani costituiscono un popolo di persone rese civili dall'Evangelo  anche in mezzo alle più ostili condizioni di vita.


L'ordine  familiare però investe un problema che va anche oltre a quello importantissimo  della pulizia e dell'armonia. L'ordine familiare investe il problema della posizione  dei diversi membri nella famiglia. Il cristiano risplende anche in questa particolarissima  e fondamentale norma di vita.


Il marito  è incontrastabilmente il capo della famiglia. Egli si assume i suoi importantissimi  compiti direttivi ed accetta le responsabilità relative al sostentamento e alla  protezione della famiglia.


Egli è  anche il sacerdote della casa, il ministro della famiglia e perciò tiene nelle  mani il piccolo nucleo sociale per curano come servitore del Signore.


Il marito  cristiano ama teneramente la propria moglie, ama e cura i figliuoli e guida ordinatamente  ed autorevolmente la propria famigliola nei sentieri della verità.


La moglie  cristiana è la dolce compagna e la valorosa. collaboratrice del marito. Ella è  sottoposta affettuosamente, ma anche assolutamente, al capo della famiglia. Le  caratteristiche salienti del suo grazioso ministero familiare sono costituite  dalla dolcezza, dalla subordinazione, dal rispetto e dall'affetto positivo verso  il proprio marito.


Nel seno  della famiglia e verso i figliuoli, ella ha un compito che l'impegna come massaia  solerte e come madre vigile ed amorosa. Unita al proprio marito e sottomessa rispettosamente  a lui, guida la famiglia nel sentiero di Dio.


I figliuoli  cristiani hanno venerazione per i propri genitori. L'ubbidienza, il rispetto,  la sottomissione guidano ed ispirano continuamente i loro rapporti con essi.


In conclusione,  la famiglia cristiana rispecchia l'armonia e l'ordine del Creatore dell'Universo  il quale ha voluto porre il Suo suggello in tutte le opere compiute per la parola  della Sua potenza.


Se il  marito cede direttiva ed autorità alla moglie, se rifiuta le sue responsabilità  e trascura i suoi compiti, non può dichiarare di essere un marito cristiano. E  se la moglie è insubordinata, irriverente, arrogante nei confronti del proprio  marito, e se pretende di usurpargli autorità e direttiva, e se è indolente e pigra  nell'adempimento dei propri doveri familiari, non può professarsi discepola di  Cristo.


Le parole  non esprimono il cristianesimo; esso è vita vissuta in ogni luogo e in ogni tempo.


Sei cristiano?


Vivi nell'ordine,  nell'onestà, nella moralità? Sei un marito, od una moglie, od un figliuolo che  fa brillare .la luce della verità e dell'Evangelo?


Ricordati:  se il tuo cristianesimo è soltanto “loquela”, ma la tua vita non s distingue chiaramente  dalla vita di coloro che nel mondo vivono lontano da Cristo, tu non sei Suo discepolo  e non hai perciò diritto di proclamarti cristiano.



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12/01/2016 19:25
 
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TESTIMONIANZA

Se hai  incontrato Cristo ed hai accettato Cristo non puoi tacere: senti il desiderio  di parlare di Cristo.


Gesù riempie  così pienamente la vita di coloro che lo accettano e la rende così profondamente  gioiosa da obbligarli a parlare continuamente di Lui a tutti coloro con i quali  hanno relazioni occasionali o durature. E' un desiderio e più ancora che un desiderio  una necessità spirituale.


L'esperienza  cristiana produce una fonte nella vita del credente e l'acqua zampillante che  scaturisce inesauribilmente dal suo cuore non è soltanto lode, ma anche testimonianza.


L'acqua  zampillante annuncia e proclama l'amore di Gesù, la potenza di Gesù, la grazia  di Gesù, perché colui che ha partecipato le opere di Dio in Cristo, ha esperimentato  la dolcezza dell'amore divino, la potenza dell'opera della redenzione e la grandezza  del dono della grazia.


Egli non  può tacere perché si sente “sospinto” a far conoscere agli altri quello che egli  ha conosciuto.


La testimonianza  cristiana non s'identifica con l'avida opera di proselitismo che viene compiuta  da tutti gli ambienti religiosi. Il credente non esalta la comunità, non propaganda  il suo credo, non fa argomentazioni polemiche, ma parla di Gesù. Testimonia di  Cristo in maniera positiva, con entusiasmo, con gioia semplicemente per annunciare  “una lieta novella”.


Ci sono  due influenze diverse che generano la testimonianza cristiana: la prima è rappresentata  dal desiderio del credente di far esplodere “la propria gioia” e la seconda è  costituita dal desiderio del cristiano di estendere ad altri il dono ineffabile  ricevuto. Ambedue queste influenze però ignorano il proselitismo nel senso comune  di questo termine.


Il cristiano  è una individuo colmo di allegrezza e di gioia e questi sentimenti non possono  essere repressi perché se vengono repressi si spengono; perciò il cristiano sente  il bisogno imperioso di esternare la sua gioia. Non si può esternare la gioia  cristiana senza parlare di Colui che ha donato la gioia e quindi, per il cristiano,  esternare i propri sentimenti significa parlare di Cristo.


Il cristiano  altresì è un individuo affettuoso e generoso;l'amore e la liberalità trovano la  loro attuazione pratica attraverso l'offerta di quello che si possiede e poiché  il cristiano non possiede bene più grande della “grazia divina” può manifestare  i suoi generosi sentimenti soltanto parlando di Gesù.


Egli perciò  non vuole convincere, non vuole coartare, ma vuole rallegrare e beneficare a mezzo  di una legge di comunicazione che può avere il suo adempimento soltanto nella  testimonianza cristiana.


La testimonianza  cristiana non ha nessuna relazione con la predicazione cristiana. Il ministro,  l'evangelista, l'apostolo hanno il compito di proclamare Cristo attraverso la  predicazione, ma tutti i cristiani hanno il diritto, più che il dovere, di far  conoscere Cristo, per la testimonianza entusiastica delle loro labbra.


La testimonianza  è raccontare le “cose grandi” che Dio ha compiute nella nostra vita; è far  conoscere i sentimenti profondi suscitati dalla grazia divina; è illustrare le  conquiste realizzate per la fede... insomma, come abbiamo già detto, la testimonianza  cristiana non è parlare di un credo e di una comunità, ma è esaltare Cristo nell'opera  compiuta in noi.


L'Evangelo  ci conferma che tutti coloro che hanno incontrato Cristo e hanno creduto in Cristo  sono stati fatti il “lievito” del Regno per la loro testimonianza.


Andrea  crede in Gesù e testimonia a Pietro; Filippo accetta Gesù e parla a Natanaele;  la donna di Samaria incontra Gesù e testimonia nella sua città; i miracolati accettano  Gesù e raccontano a tutti della Sua potenza; i primi cristiani ricevono Gesù e  annunciano il Suo amore in ogni luogo. La testimonianza è una azione spontanea  del cristianesimo che adempie gioiosamente i piani di Dio relativi all'espansione  del Regno.


Come abbiamo  già detto precedentemente, il cristiano brilla in mezzo al mondo a cagione della  santità della sua vita e perciò è necessario non perdere di vista il fatto che  la prima dimostrazione dell'opera di Cristo viene fornita dalle opere del credente.  Questa verità però non annulla l'altra che dichiara che la testimonianza è la  necessaria illustrazione o spiegazione dell'opera esteriore della grazia.


Le azioni  dimostrano la potenza della grazia, la testimonianza spiega in maniera particolareggiata  quest'opera divina.


E' utilissimo  parlare di Cristo prima con le opere, ma è anche utile “approfittare delle opportunità”  per   “rendere ragione” a tutti della speranza, della gioia, della fede cristiana.


Dobbiamo  ricordarci che Cristo, al termine del suo ministero, non aveva lasciata una grande  organizzazione, non aveva costituiti uomini colti, non aveva stanziato grandi  somme.


Evidentemente  Egli si affidava più alla “testimonianza” semplice e spicciola che non alle risorse  fornite dai grandi mezzi umani. L'aspettativa del Maestro non è stata delusa e  se, attraverso i secoli, il cristianesimo si è allargato fino agli estremi confini  della terra, e se ha conquistato milioni di uomini, è stato, sopratutto, in virtù  della testimonianza cristiana.


Sono stati  conquistati più uomini con la testimonianza che con la predicazione, e una notevole  parte di coloro che sono stati conquistati con la predicazione sono stati portati  nella comunità a mezzo della testimonianza.


La testimonianza  conquista non soltanto perché è un mezzo spontaneo e genuino che frantuma ogni  resistenza, ma anche perché è una mediazione pratica che può raggiungere qualsiasi  persona: il conoscente, il fornitore, l'amico, il parente, il compagno di viaggio;  tutti possono essere raggiunti dalla testimonianza di colui che “parla” perché  ha udito e ricevuto.


Tèstimoni  di Cristo? Parli costantemente ed entusiasticamente di Lui? Sottolinei continuamente  le azioni che compi sotto l'impulso della grazia con la tua ardente testimonianza?


Sei cristiano?


DA:-  IL CAMMINO CRISTIANO



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